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Nick Drake, artista appartato

Nicholas Rodney (“Nick” Drake) è stato un cantautore inglese.

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Con qualche mese di ritardo, ricordiamo uno dei più graditi testi pubblicati nell’anno 2014. Ci voleva un libro per tornare a parlare di Nick Drake. A raccontare, con i crismi dell’ufficialità, la sua storia, è Remembered for a while, in uscita a novembre in Inghilterra per John Murray, in occasione del quarantennale della scomparsa del songwriter britannico, ma la notizia già ha fatto parecchio rumore, accompagnata com’è da un ulteriore annuncio.
L’edizione deluxe del volume include un vinile con quattro brani tratti da una incisione per la Bbc – una delle leggendarie session radiofoniche trasmesse da John Peel – che si pensava perduta, risalente al 1969, anno in cui Drake debuttava con l’album Five Leaves Left e stava lavorando alle canzoni del disco successivo, Bryter Layter.
L’ARTISTA DI CULTO. Perché tanto interesse? Perché Drake, morto 26enne il 25 novembre 1974 a causa di una overdose – non si è mai riusciti a stabilire con certezza se volontaria o meno – da antidepressivi, pressoché sconosciuto in vita, è diventato nell’ultimo ventennio l’archetipo dell’artista di culto adottato progressivamente da un pubblico sempre più vasto.
SOLO TRE ALBUM IN VITA. La morte di Drake non fu che un trafiletto a margine – letteralmente – della vulgata musicale principale, visto che i tre album incisi in vita, incluso il commiato del 1972 Pink Moon, disco per sola voce e chitarra di rarefatta e rassegnata bellezza, vendettero pochissime copie: lavori penalizzati dall’attitudine appartata dell’autore, che non concedeva interviste e aveva smesso di fare concerti, perché, ipotizza qualcuno, le insolite accordature utilizzate rendevano le pause necessarie tra un pezzo e l’altro troppo vulnerabili al chiacchiericcio.
PARLÒ DELLA GENERAZIONE. Non accettava di misurarsi con un pubblico distratto Drake, ma allo stesso tempo era animato dal bisogno di parlare alla sua generazione, di tradurre in termini che fossero comprensibili al maggior numero di persone il proprio sguardo visionario e ipersensibile; e anche ai posteri, viste gli innumerevoli indizi disseminati nelle canzoni: quasi come se sentisse, si spinge a dire qualcuno, che la sua fama avrebbe avuto inevitabilmente un destino postumo. Un dissidio interiore, tra incomunicabilità e bisogno di riconoscimenti, che lo porterà sulla strada della depressione, con flebili tentativi di uscirne – incluso un viaggio parigino per incontrare senza esito la cantautrice Françoise Hardy – interrotti tragicamente una notte d’autunno del 1974.
LE CANZONI NEGLI SPOT. Poi, nel 1979, usciva Fruit Tree, un box antologico che incominciò a far crescere il culto. Un passaparola a lungo discreto, diffuso tra gli appassionati e i colleghi che non avevano potuto conoscerlo in tempo reale per motivi anagrafici (tra i fan Kate Bush, Robert Smith, Paul Weller, Beck), fino a quando la Volkswagen, nel 1999, scelse una sua canzone, Pink Moon, e la utilizzò per lo spot della Golf.

I suoi possibili eredi: da Elliott Smith a Sufjan Stevens

Nato il 19 giugno 1948, Nick Drake è morto il 25 novembre 1974.Nato il 19 giugno 1948, Nick Drake è morto il 25 novembre 1974. 

Da quel momento in poi i tributi si sono moltiplicati, tributi in termini di discendenza artistica (l’acustico Pink Moon pietra di paragone per qualsiasi cantautore indipendente deciso a raccontarsi in intimo dialogo con la propria chitarra, e una serie sterminata di possibili eredi, consapevoli o meno di esserlo: Elliott Smith, Sufjan Stevens, Badly Drawn Boy), ma anche documentari (A Skin Too Few dell’olandese Jeroen Bervens, uscito nel 2000, e il televisivo Lost Boy del 2004, prodotto dalla Bbc con Brad Pitt, altro fan d’eccezione, nelle vesti di narratore) e, naturalmente, biografie, tra tutte quella imponente di Patrick Humphries.
PERSONAGGIO FRAGILE. Nel corso dell’ultimo decennio sono usciti anche materiali d’archivio, un paio di antologie pubblicate 10 anni fa, Made to love magic e A treasury, quest’ultima una raccolta di registrazioni adolescenziali casalinghe le quali hanno fatto venire il dubbio che ci si fosse spinti troppo in là nell’indagare la vita di qualcuno che aveva scelto di parlare solo attraverso le canzoni.
Un caso da manuale di sfruttamento mercantile del defunto? Non esattamente, poiché in ballo c’è senz’altro anche l’indecifrabilità e la fragilità del personaggio, l’enorme fascino esercitato da un animo imploso sul quale è stato (ed è) possibile fantasticare all’infinito.
SCONTRO SULLE INCISIONI. La fame di inediti non è comunque ancora cessata: è recente la notizia che alcuni nastri in possesso di Beverley Martin (vedova del folksinger John: entrambi furono tra i pochissimi confidenti di Drake), che avrebbero dovuto andare all’asta per alcune centinaia di migliaia di dollari, sono stati bloccati dai legali della famiglia del songwriter britannico, che hanno messo in discussione la proprietà delle incisioni.
Non sappiamo se quei nastri vedranno in qualche modo la luce, quel che è certo è che, per la prima volta, con Remembered for a while sembra palesarsi la necessità di ufficializzare il canone drakeiano.
LA SORELLA NEL PROGETTO. Gabrielle, sorella celebre negli Anni 60 per aver fatto parte del cast della serie televisiva Ufo, ha lavorato al progetto per sei anni, curando e selezionando i materiali inclusi testi di canzoni autografi e lettere alla famiglia, includendo le testimonianze del produttore-scopritore Joe Boyd e di Robert Kirby, il da poco scomparso arrangiatore dei primi due album.
Il tentativo di ‘storicizzare’ e canonizzare un lascito artistico che tuttavia molto difficilmente riuscirà a mettere la parola definitiva su una storia per sua natura sfuggente, enigmatica, aperta a molteplici chiavi di lettura.

Comunque sia, viva Sanremo

 

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Sanremo: sarà per un’altra volta

Scritto da: diegoromeroQuesto utente ha pubblicato 28 articoli.

Per quanto si possa tifare per squadre diverse, Sanremo mette tutti d’accordo. O quasi. Infatti, non servono partiti e crisi per attivare gli italici affabulatori, basta qualche canzonetta (ormai raramente) centrata. E’ vero, molti dicono di non guardare la kermesse sanremese, ma è la stessa storia del “io non voto Berlusconi!”. Sanremo non lo guarda nessuno e fa il 49% di share; Berlusconi è stato votato per vent’anni. E’ snobismo applicato a Sanremo e alla politica. Comunque sia, la crisi si sta vedendo in questo festival targato 2015. Le vallette provengono dallo stesso mondo della canzone. Niente presenze esotiche con farfalline inguinali. Il tasso di pruderie è da risparmio/spending review. Le due ragazze dell’Italia dai mille problemi, quella geograficamente definita ‘Italia del sud’ o ‘Meridione’ rispondono al nome di Arisa ed Emma. Puglia e Basilicata. Regioni in crisi anche quando non c’è la crisi. Le due soubrette del Mezzogiorno, non fanno a gara a carpire la scena al deus ex machina dall’eterna tintarella, Carlo Conti. Né fanno man bassa del canone pagato dagli italiani: il loro cachet è da barzelletta, se confrontato con i compensi dati in passato alle presentatrici trascorse.

 

MA SI VIVE ANCHE SENZA SANREMO. Questa la morale di chi si è proposto e non ha trovato l’attimo giusto per, come dire, bucare la mente del selezionatore di turno. Vediamo alcuni tra quelli che non hanno trovato il radar adatto alle loro aspettative.

Iniziamo con l’infaticabile e non doma Loredana Bertè. Ha detto che lei e Antonino – figura emersa dalla De Filippi tempo fa -, non si fermano e che il loro duetto ha un futuro. Auguri. Poi c’è Laura Bono, si era messa in luce nel 2005. Tuttavia la sua strada è ancora impervia. Su Facebook ha messo su una clip che, con disinvoltura, titola: “Chissene! Non si vive di solo Sanremo”. Di Francesco Baccini ricordiamo la veemenza che usa verso un sistema che promuove e distrugge cantanti. Baccini afferma che i talent sono divenuti pericolosi come Chernobyl: all’insegna del ‘insegniamo il mestiere dell’artista’, stanno avvelenando quei ragazzi che dovrebbero prima respirare la gavetta. Michele Bravi, invece, se la cava con una presa di posizione più filosofica. Bravi è convinto che, prima di raggiungere la luce finale, in qualsiasi cosa, il buio cercherà di regnare imperterrito. Quindi, ci vuole fiducia e tenacia. Tra i ‘dissidenti’, ma senza polemizzare più di tanto, figura anche il cantautore bolognese Mimmo Parisi. Aveva provato a proporre il brano Dammi un biglietto per Marte, ma lo scoglio insormontabile del mancato sostegno di una major, ha azzerato il progetto. Tra i delusi c’è Clementino che aveva scritto un pezzo col dj Tajone. Pare non abbia gradito, più che la sua esclusione, l’avvento di ospiti come Platinette e i Soliti Idioti. Ognuno è libero di dire la sua. La cantante Debora Iurato ha ringraziato i suoi fan e ha assicurato che è delusa, sì, tuttavia determinata per il suo futuro. “Un bel giorno tutto avrà un senso. Quindi, per il momento, non farti deprimere dalla confusione, sorridi attraverso le lacrime e cerca di comprendere che tutto ciò che succede ha una ragione”. Così si è consolata Karima, grande lettrice di Paulo Coelho. Marco Ligabue, infine, aveva pensato di partecipare insieme a due amici artisti. Non se ne è fatto niente: “Si va avanti, queste sono le tre parole magiche”, ha commentato con un sorriso.

 

Bob Dylan presenta le sue ombre del 2015

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Il 3 febbraio 2015 esce il nuovo album di Bob Dylan, trentaseiesimo della carriera del “menestrello del folk”, intitolato “Shadows in the Night“. Prodotto da Jack Frost, lo pseudonimo che lo stesso Dylan adopera quando ricopre le vesti di produttore, il disco non contiene alcuna composizione originale ma è una raccolta di cover di brani resi celebri da Frank Sinatra, riportati a nuova vita e resi contemporanei, da cui emergono i primi singoli “Full Moon and Empty Arms” e “Stay with Me”.

Dylan ha ammesso di avere da tempo il desiderio di realizzare un album simile, senza aver mai trovato il coraggio prima d’ora di avvicinarsi ad arrangiamenti complessi per 30 elementi riadattandoli a una band di cinque: “Il segreto di queste interpretazioni? Conoscere benissimo i brani. È stato fatto tutto dal vivo, in una sola take, due al massimo.”
“Shadows in the Night” è disponibile in formato CD, vinile + CD e digitale.

“Shadows in the Night” – Copertina & Tracklist

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01. I’m a Fool to Want You
02. The Night We Called It a Day
03. Stay with Me
04. Autumn Leaves
05. Why Try to Change Me Now
06. Some Enchanted Evening
07. Full Moon and Empty Arms
08. Where Are You?
09. What’ll I Do
10. That Lucky Old Sun

Leonard Cohen news

 

Leonard Cohen

Leonard Cohen

Cantautore, poeta, scrittore. Canadese di nascita. Con la sua voce, sottile e incisiva come una rasoiata, ha scritto pagine fondamentali della storia musicale mondiale degli ultimi 50 anni, con pezzi come Suzanne, Hallelujah (di cui Bob Dylan eseguì una memorabile cover dal vivo nel 1988 e che nel 2001 fu inserita nella colonna sonora del film d’animazione Shrek) o, ancora, Avalanche, ispirando intere generazioni di artisti, da Nick Cave a Steven Patrick Morrissey degli Smiths, a Fabrizio De André. L’intramontabile Leonard Cohen torna, a due anni dall’ultimo lavoro (Old Ideas), con un album di inediti per l’etichetta Sony/Columbia, Popular Problems, il tredicesimo della sua lunghissima carriera, annunciato per il 23 settembre, appena due giorni dopo il suo 80esimo compleanno. Ma già da oggi è disponibile sulle maggiori piattaforme di streaming il brano Almost Like The Blues.
Un autoritratto di Leonard Cohen

Un autoritratto di Leonard Cohen

Nove in tutto le tracce inedite di Popular Problems: Slow, Almost Like The Blues, Samson in New Orleans, A Street, Did I Ever Love You, My Oh My, Nevermind, Born In Chains, You Got Me Singing.
 Gasport

La storia, in Italia, continua con il cantautore bolognese Mimmo Parisi. Per l’autunno, oltre alle gocce di pioggia per l’estate ormai fuori portata, aspettiamo di questo autore appassionato nuove canzoni. Come apripista conosciamo intanto le note e la storia di Dammi una mano, brano già presente sulla rete (anche con il video che possiamo vedere sul canale Youtube di Mimmo Parisi). Per quelli che, giustamente presi da attacchi di vacanzite acuta, non hanno avuto orecchi ed occhi per le novità, ricordiamo che Dammi una mano ha come tema principe, la disabilità. Soprattutto da parte di chi pensa che il mondo sia un luogo dove starsene senza essere convocati dai problemi veri.
© riproduzione riservata

L’amore che aspettiamo tutti: quello senza fine

 

A fare film sull’amore ci si prende sempre, perché? Semplicemente perché si è eternamente alla ricerca di quello buono e magari aiuta anche la visione di un recitato. Desacralizzando il tema, si potrebbe dire che su questa terra ci si guarda in giro come al mercatino, alla ricerca dell’affare migliore, si vorrebbe il meglio che la piazza offra. Quale è il carattere che segnala l’amore ‘buono’? Ma è ovvio, quello che profuma di ‘senza fine’, difficilissimo da trovare, ma in cima ai pensieri di tutti, perlomeno di chi non si è arreso alla prosaicità dell’esistenza.

Quindi, oggi parliamo di Un amore senza fine, la nuova emozionante storia d’amore di Shana Feste con Alex Pettyfer e Gabriella Wilde da giovedì 5 giugno 2014 nelle sale. Nel cast troviamo anche Robert Patrick, Bruce Greenwood, Rhys Wakefield, Dayo Okeniyi, Emma Rigby e Joely Richardson.

Raccontato con la fretta di chi non vuol perdere il treno, si può dire che Un Amore Senza Fine narra la storia d’amore tra una ragazza di famiglia agiata e un affascinante ragazzo. Dopo un incontro folgorante, che rivela subito la forte attrazione tra i due, la loro relazione diverrà più complicata a causa del tentativo dei genitori di separarli. Tutti i retrogusti più o meno fruttati della narrazione filmica, ovviamente, li si potrà captare e saggiarli con la visione nel buio della sala. Il film, remake ottantiano dell’opera di Zeffirelli, esce il 5 giugno 2014.

Prodotto da Scott Stuber e Pamela Abdy (Io sono tu) della Bluegrass Films e da Josh Schwartz e Stephanie Savage (Gossip Girl) di Fake Empire. Scritto da Shana Feste e Joshua Safran (Gossip Girl).

Il trailer di Un amore senza fine è anche supporto video per il brano Ma tutto cambia, del cantautore Mimmo Parisi: “…Ma tutto cambia al mondo e mi mancherai/Più della notte il giorno la libertà/Ma tu sei già l’orizzonte che tra poco cadrà giù come un bianco velo.” Che dire, quando qualcosa viene sentito più forte della libertà, siamo proprio di fronte a Un amore senza fine, o almeno si spera.

(A cura di Diego Romero, blogger)

Qui il videoclip

Una chitarra per Banderas

(Selezione a cura di Diego Romero, blogger e appassionato di cinema/canzone d’autore)

Per gli appassionati di eroi, pistole e chitarre, questa volta vogliamo ricordare un film un po’ datato ma sempre caliente e appassionante.

ONCE UPON A TIME IN MEXICO
C'era una volta in Messico

ANNO: U.S.A. 2003 

GENERE: Azione

REGIARobert Rodriguez

CASTAntonio Banderas,Salma HayekJohnny Depp,Willem Dafoe, Mickey Rourke, Eva Mendes, Enrique Iglesias, Ruben Blades, Danny Trejo, Cheech Marin, Marco Leonardi, Bernard Hacker.

DURATA: 97 ‘

TRAMA: Messico. El Mariachi(Antonio Banderas), indimenticato giustiziere dalla chitarra a tracolla rimasto per anni celato da un’indecifrabile alone mitico tra vita e morte, viene rintracciato e arruolato dall’ambizioso agente della CIA Sands (Johnny Depp) per eliminare le truppe golpiste del generale Marquez(Gerardo Vigil), al soldo di Armando Barillo (Willem Dafoe), potente e spietato narcotrafficante che gode del favore della popolazione messicana, abbandonata tra stenti e miserie, omaggiate dallo stesso Barillo di terre e viveri. L’ambizioso Sands, intento a guadagnare una bella somma dall’intrigo politico-terroristico orchestrato in complicità con l’agente speciale Ajedrez (Eva Mendes), per sfruttare l’aiuto di El Mariachi preme sul mai sopito desiderio di vendetta dell’eroe-pistolero nei confronti diMarquez, acerrimo nemico di lunga data e assassino dell’amata moglie Carolina (Salma Hayek) e della loro bambina…

GIUDIZIORobert Rodriguez propone per la terza volta sul grande schermo il suo figliol prodigo, El Mariachi, eroe d’altri tempi di un Messico onirico, quasi paradossale, tra pistoleri assassini, femmes fatales, duelli western all’ultimo sospiro e tanto, tanto sangue condito da un certo gusto per l’atroce e lo splatter. Premettendo di rigettare subito il parallelismo tra il maestro Tarantino e il buonRodriguezC’era una volta in Messico è un piacevole film d’intrattenimento, sicuramente meno surreale e sentimentale del precedente, sempre interpretato dall’affascinante Antonio Banderas, pellicola comunque accattivante e dalle atmosfere coinvolgenti e fracassone. Tra omaggi a Sergio Leone e musiche spagnoleggianti, ricche di ritmo e pathos e spesso accompagnate dal canto degli attori, la pellicola scorre con sporadici picchi d’emotività e senza grossi rallentamenti nella narrazione, nonostante non presenti particolari trovate o sequenze memorabili rispetto al già citato prequel, l’ottimo “Desperado”. Buona caratterizzazione dei personaggi, su tutti il già citato e collaudato El Mariachi e l’agenteSands, interpretato da un Johnny Depp particolarmente ispirato e finalmente disposto, a suon di dollari, ad offrire il suo enorme talento alle grandi produzioni hollywoodiane, come in “Pirates of the Caribbean”. Trama spettacolarizzante e truculenta dai toni forzatamente leggendari, fotografia davvero riuscita a tinte forti, molto luminosa e sgargiante nel trasudare l’aria afosa del Messico, scenografie davvero riuscite in un contesto tuttavia non d’eccezione e sicuramente migliorabile.
VOTO6,5

INTERPRETI

Antonio Banderas7,5 Perfetto e surreale nei panni di El Mariachi, autentico eroe d’altri tempi.

Johnny Depp7,5 La pellicola punta molto sulla sua presenza, sia nel lancio pubbliciatario che nel supporto alla sceneggiatura. Ispirato come sempre.

Salma Hayek6 Poco più di un cameo per la bella Hayek, impegnata nelle riprese di “Frida”.

Bene, a proposito di pistole e ambienti selvaggi che come sinfonia perenne hanno il bang di qualche canna infuocata, potete ascoltare e vedere, a seguire, il videoclip “Qui ci vorrebbe John Wayne”, canzone scritta dal cantautore Mimmo Parisi.

http://www.youtube.com/watch?v=rakuoJZwoCE&list=UUUJzvgah1nDZlsvkrL1W7fw

ONCE UPON A TIME IN MEXICO

Carboni, tour teatrale

 

Luca Carboni "Fisico & politico tour"
 Luca Carboni festeggia i trent’anni di carriera con il tour teatrale di “Fisico & politico”, l’album uscito lo scorso ottobre con una tracklist che mette insieme alcuni indimenticabili successi del cantautore risuonati e riproposti in duetti inediti e nuovi brani. Parlando di questo anniversario con Michele Canova – produttore dell’album – Luca Carboni ha avuto l’idea di coinvolgere artisti e amici vicini al suo mondo e ripercorrere con loro alcune tappe della sua storia musicale in una dimensione nuova. La scelta dei brani è stata affidata agli ospiti e così Tiziano Ferro ha scelto Persone Silenziose, Biagio Antonacci Primavera (entrambe contenute nell’album “Persone Silenziose” del 1989). Miguel Bosè nel 1995 aveva curato le traduzioni in spagnolo dell’album “Mondo” e ha scelto infatti Inno Nazionale. Samuele Bersani ha scelto Gli autobus di notte, dall’album “Luca Carboni” del 1987; sempre dallo stesso album Battiato ha scelto Silvia lo sai, Alice Farfallina ed Elisa Vieni a vivere con me. Con Cesare Cremonini, Luca Carboni aveva già cantato durante un live Mare Mare e a Jovanotti piaceva Ci vuole un fisico bestiale dallo stesso album “Carboni” (1992). Oltre a questi grandi successi, “Fisico & politico” contiene anche tre inediti: C’è sempre una canzone, brano scritto da Luciano Ligabue che vede per la prima volta Luca Carboni nelle vesti di interprete di una canzone inedita non scritta da lui; Fisico & politico, scritto e cantato con Fabri Fibra, che rappresenta il presente musicale del cantautore da sempre amante dell’incontro tra canzone e rap; e la ballata Dimentica, scritta e cantata da Carboni. Dal punto di vista della produzione, l’idea di base è stata quella di risuonare di nuovo i brani del passato, cercando di rispettare la loro storia e il loro mondo, un lavoro che è stato possibile concretizzare anche grazie al talento dei musicisti italiani e americani che hanno suonato in questo album realizzato a metà tra Milano e Los Angeles.

Mimmo Parisi è un fan di Luca Carboni. Qui il link all’album “Et c’est passé”:  http://www.jamendo.com/it/list/a133344/et-c-est-passe

Franco Flores, blogger di tuttorocksound

Il mio nome è Carrie

Averne di horror di quella tipologia! Voi che ne dite? Mah, comunque l’autunno è superato, le feste pure, perfino la befana (ma lo sapevate che questa vecchietta grinzosa e in disfacimento prende il suo nome da ‘epifania’ che sta a rappresentare la rivelazione, il fulgore della novità etc.?) è in fuga verso il dimenticatoio. Per quanto riguarda noi tutti che siamo tornati alle nostre routinarie occupazioni, che dire se non:

brrr! allacciamoci bene i cappotti e alziamoci i baveri: i venti di remake spirano più forte della bora. Chi ricorda il sottotitolo della Carrie originale, quella diretta nel 1976 da Brian De Palma? Era “Lo sguardo di Satana”. Chi ha risposto giusto non ha vinto niente, speriamo che non se la prenda, comunque per tornare al nostro tema, quel sottotitolo era una sintesi notevole perché riassumeva in poche parole il film più di una trovata che avrebbe potuto ideare  un ‘creativo’ degli uffici stampa. Carrie  (Sissy Spacek) possedeva  qualcosa di speciale: era una teenager che scopriva di fruire un potere demoniaco, quello di distruggere qualunque cosa col pensiero. A ideare il tutto era stato ovviamente quel furbacchione di Stephen King, di cui Carrie fu anche il primo romanzo pubblicato. Era anche già intriso di tutta quella melma di ossessioni – una madre folle e iper-protettiva, la provincia come culla di mali insondabili, l’isolamento degli “strani” e la cattiveria dei coetanei – che da allora ne hanno popolato la bibliografia. De Palma aveva reso alla perfezione tutto ciò in un film snello, breve ma intenso e malato come la scrittura di King.


Sono passati trentasette anni sotto i ponti del tempo e sui volti di quei fortunati(?) che potettero assistere alla paura in celluloide marchiata 1976/De Palma. Nel 2013 è stato approntato il nuovo remake di Carrie a firma di Kimberly Peirce. Si tratta, più precisamente, di una nuova lettura del romanzo. A Hollywood è ormai conclamata la mania del riprendere qualcosa di successo e riproporla sotto un’altra luce: quella del terrore. Certo, è una luce che già esisteva precedentemente, ma, come dire, questa luce è più potente, sono aumentati i watt terrorifici! Sarà la crisi, sarà il nuovo millennio, queste rappresentazioni artistiche sembrano avere più chance di atterrire di allora. Ecco le scelte di casting: laddove De Palma aveva scelto con cura i volti inquietanti di Sissy Spacek e Piper Laurie, qui la Peirce gioca sul sicuro e affida i ruoli di Carrie e della madre a due volti “belli” come quelli di Chloe Moretz e Julianne Moore. Ovviamente, visto la sua caratura estetica, credere che la Moretz possa soffrire di impopolarità tra i coetanei risulta improbabile, a meno che i suoi amici non soffrano di particolari affezioni idiopatiche!

 

Parlando di venti di remake, alla Carrie in celluloide vestita, non si può non aggiungere la sua

omonima di pentagramma adornata. Va da se, e non si deve fare nemmeno una gran fatica, visto il successo strepitoso e planetario che riscosse nello scorcio del millennio morente, che qui si fa riferimento alla Carrie di hair rock marchiata e proveniente dalla fredda(?) e nordicissima Svezia dei magnifici 5 vichinghi Europe.  Dunque, gli Europe sono sempre in giro. Dopo lo scioglimento del 1992 e carriere soliste abbastanza oscure, l’inevitabile reunion di inizio millennio ha infatti restituito ai fan il gruppo svedese nella sua formazione più ‘vera’, quella in cui alla chitarra c’è John Norum e non Kee Marcello. Il leader e compositore è ovviamente rimasto il 49enne Joey Tempest, che, qualche tempo fa, alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano è apparso in buonissima forma regalando mezzora di show acustico insieme a Norum. A quest’ultimo non è stato chiesto, ma solo perché era scontato, come mai nel 1986 lasciò il gruppo dopo il successo mondiale di The Final Countdown. La risposta sarebbe stata: stanchezza, stress per dover aderire ad uno stereotipo, voglia di sperimentare. Cose incomprensibili, per chi è fuori da quei giri, non si dovrebbe cambiare mai la squadra che vince (è teoria, chi non ha mai vinto può essere aiutato a capire questo status solo provando l’esperienza in prima persona), ma un artista ci sta che la pensi così. In situazioni come quella di Milano c’è di solito il rischio dello snobismo, cioé che i tuoi idoli non vogliano sminuire la loro produzione recente riproponendo qualche vecchio brano, ma gli Europe non hanno deluso. Anzi, hanno regalato anche un loro versione di qualche brano italiano, insieme a Rock the night e a The Final Countdown. Di Carrie ci hanno fatto solo qualche accordo, ma forse quelli della Feltrinelli temevano che gli accendini potessero condurre verso un falò. Se si sono consumati fino all’inverosimile i vinili di EuropeWings of Tomorrow (il vero fan deve dire che l’album preferito è questo), The Final CountdownOut of this World e Prisoners in Paradise, di quello che è avvenuto dopo la reunion abbiamo saputo solo tramite il web.

Chiudiamo questo riassuntivo e (scusate l’ossimoro) finale prologo citando l’aspetto ‘remake’ musicale, come già ventilato qualche rigo sopra, del nostro affaire argomentativo, ovvero la  versione ‘mimmoparisistyle’ di Carrie del rockantautore Mimmo Parisi.

(A cura di Giovanni Contini)

Buon remake a tutti e andatevi a vedere la nuova Carrie cinematografica e la reinterpretazione di Mimmo Parisi che trovate al link: http://www.dailymotion.com/video/x19o22z_carrie-by-k-peirce-m-paris…